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Il feto è una persona? Un’evidenza
clinica
Carlo Valerio Bellieni
UO Terapia Intensiva Neonatale,
Policlinico Universitario “Le
Scotte”, Siena.
Il neonatologo è quel medico che cura i feti. Da questo punto
di vista è un privilegiato, perché può vedere un livello della
vita umana che gli altri solo immaginano. Di solito si parla
di "feto" interrogandosi se senta il dolore, se abbia
diritti, se sia una persona. Chi lavora in Terapia Intensiva
Neonatale, questi problemi non li ha: si può e si deve curare.
E' un paziente.
Noi lo chiamiamo "prematuro". In realtà esistono dei feti che sono
molto più grandi dei nostri prematuri. Questi ultimi, essendo dei feti usciti
precocissimamente dall'utero, sono bambini di peso bassissimo: ce ne sono alcuni
che pesano poco più di una lattina di coca-cola. Ci si può domandare come sono
fatti. Sono dei bambini in miniatura, fragilissimi, belli. Un neonatologo non è un
bravo medico se non è anche un "fetologo". Questo è chiaro anche perché tutte
le riviste internazionali di neonatologia sono chiaramente dedicate allo studio
e alla cura sia del feto che del neonato. Perché il confine tra il primo e il
secondo è solo nella parola che lo descrive. Ma quello che differenzia il feto
dal neonato è solo l'ingresso dell'aria nei polmoni, il rimaneggiamento (talvolta
lento) di alcune caratteristiche della circolazione sanguigna, quali la cessazione
dell'arrivo del sangue dalla placenta o la chiusura del dotto di Botallo.
Fino ad alcuni anni fa si supponeva che il feto fosse completamente isolato dall'ambiente
esterno. L'utero materno era una barriera invalicabile per l'esplorazione e a
tutti risultava comodo pensare che dentro quel misterioso mondo che man mano
si ingrandiva non avvenisse niente degno di nota e soprattutto di rispetto. Oggi
conosciamo sempre più la vita prenatale e siamo presi dallo stupore per la sua
vivacità, per la sua attività (1).
Iniziamo allora a vedere insieme alcune delle cose più interessanti, alcune delle
caratteristiche di quello stadio che, sarà bene non dimenticarlo, è stata la
nostra alba della vita.
I SENSI DEL FETO
I sei sensi si formano e iniziano a funzionare
ben prima della nascita (2,3). Come in tutte le specie animali,
per primo si formerà la sensibilità chimica (gusto e olfatto),
poi quella tattile, poi la vestibolare e uditiva e infine la
vista (4), tab 1.
L'utero è un mondo, un micro-cosmo pieno di stimoli: rumori (voci, battito
cardiaco della mamma, respiro materno, suoni esterni) (5), sapori e odori (tutto
quello che la mamma mangi avviene filtrato e in certa misura passa nel liquido
amniotico e lo impregna di odori e sapori) (6), movimento (la mamma ballerina
darà stimoli ben diversi dalla mamma confinata a letto per motivi di salute)
(7). Questi stimoli arrivano dentro fino al feto e hanno una loro utilità:
infatti serviranno a rimodellare il sistema nervoso del feto e a fornirgli
una forma di "apprendimento" prenatale. Lo sviluppo del sistema nervoso infatti
dipende oltre che da quanto scritto nel DNA, anche da come e quanto è stimolato
dall'esterno (8). E l'ambiente esterno in una certa misura si fa conoscere
al feto tramite il filtro della pancia materna e del liquido in essa contenuto.
Dunque in utero il feto ascolta, gusta i sapori, sente i movimenti, sente gli
odori. Alla base del cranio fetale c'è un organo, detto organo vomeronasale
che serve appunto per sentire gli odori proprio nel mezzo acquatico, e che
si atrofizzerà dopo la nascita. Il modo più diffuso per dimostrare che il feto
percepisce gli stimoli è osservare con l'ecografia o con la cardiotocografia
le sue reazioni agli stimoli stessi. Vedremo che dalla 7a-8a settimana
dopo il concepimento il feto ha una "avoiding reaction" (allontana
la testa) se si stimola la sua regione periorale (quella dove appaiono i primi
recettori tattili) (9) (tab 2).
Dalla 22a settimana il feto ha una reazione di soprassalto quando
gli viene proposta una musica ad alto volume attraverso la parete uterina e
se il feto ascolterà più volte quella musica attraverso la parete uterina,
dopo alcune volte non sussulterà più, anzi i battiti cardiaci inizieranno a
diminuire, come fa un adulto quando ascolta una cosa che lo interessa: il feto
sa abituarsi agli stimoli (10,11). L'abituazione è il diminuire di una risposta
al ripetersi dello stesso stimolo. Questo è segno di buon funzionamento del
Sistema Nervoso Centrale (SNC) ed è stato proposto il suo uso per stabilire
l'integrità del SNC del feto. Dunque uno stimolo di 250 Hertz provocherà nel
feto prima un soprassalto, poi una reazione di intensità minore, fino a non
potersi registrare più nulla dopo alcune volte che si ripropone al nostro soggetto
ad intervalli regolari. Solo un successivo stimolo a 500 Hertz lo farà scuotere
di nuovo (12). Questo, inoltre, ci dimostra che il feto ha memoria.
LA MEMORIA DEL FETO
La dimostrazione più chiara della memoria e
delle percezioni prenatali del feto si trova negli studi fatti
su neonati cui, prima della nascita, erano stati forniti degli
stimoli che vengono loro forniti di nuovo una volta nati (13). Pensiamo
ad esempio ai classici lavori in cui al feto in utero veniva
fatta ascoltare una certa aria suonata con il fagotto (strumento
dai toni bassi che passano meglio nel mezzo liquido in cui il
feto è immerso): facendo sentire allo stesso feto, una volta
nato, la musica in questione, questi si calmava improvvisamente
anche nel bel mezzo di un pianto sconsolato (14). Allo stesso
modo, facendo ascoltare in prima giornata dopo la nascita, delle
voci al neonato, otterremo dei risultati interessanti: bisogna
premettere che un indice per distinguere il livello di tranquillità del
neonato è la suzione non efficace, cioè il ritmo e l'intensità con
cui succhia un ciuccio. Ebbene è stato visto che il neonato che
riascolta appena nato la voce della sua mamma ha un tipo di suzione
molto differente, meno agitata, piuttosto che se invece della
mamma gli facciamo ascoltare la voce di un estraneo (15). Dove
ha imparato che "quella" è la voce della "sua" mamma?
Altrettanto sorprendente è notare che sarà differente il modo
di succhiare, se facciamo ascoltare una voce di un estraneo nella
lingua della madre e di un altro estraneo in un'altra lingua:
il tipo di suzione dimostra un'ansia maggiore quando ascolta
la voce nella lingua materna. Sono state fatte delle registrazioni
in utero che hanno dimostrato che all'orecchio del feto un testo
letto ad alta voce dalla madre arriva incomprensibile, ma vi
si possono distinguere alcune vocali e soprattutto la cadenza
tipica dell'idioma materno (16).
Altro esempio: alcuni ricercatori di Marsiglia hanno studiato la reazione di
un gruppo di neonati quando sul capezzolo della mamma veniva applicata qualche
goccia di una salsa locale (chiamata aïoli) che la madre aveva mangiato in
gravidanza: il neonato si applicava voracemente al capezzolo. Ma ripetendo
lo stesso esperimento con neonati parigini, questi si allontanavano subito
dal seno che promanava quell'aroma che non avevano conosciuto durante la gravidanza
(17).
Infine, cos'è mai il cullare il bambino se non riproporgli quella stimolazione
vestibolare che aveva provato per nove mesi nell'utero materno? (18)
"In varie culture e tradizioni il neonato e il bambino prima della nascita
sono reputati dotati di una sensibilità ricchissima. La donna incinta e il
bambino che porta sono circondati di un rispetto vigile: ci sono cose da
non dire e cose che bisogna dire, ci sono musiche da suonare vicino al ventre
della mamma, ci sono le canzoni dell'attesa."
"La nostra attenzione è stata attirata dall'impressionante plasticità prenatale
le cui conseguenze si vedranno più tardi, permettendo di adattarsi facilmente
al mondo contemporaneo. Abbiamo visto per esempio che il modo migliore per
non risentire più tardi [dopo la nascita] del rumore spaventoso che fanno
gli aerei che passano sopra casa vostra è di trasferirvisi quattro mesi prima
del parto.
E' così che la vita prenatale è forse un periodo in cui si prepara
l'adattamento al mondo così com'è, al mondo in cui si vivrà"(19)
IL PIACERE DEL FETO
Dagli studi sul prematuro (che, come abbiamo
visto è solo un feto uscito troppo presto dall'utero), impariamo
delle cose interessanti: in primo luogo che se gli si avvicina
la mamma, il suo stato di ossigenazione migliora: infatti è stata
recentemente messa a punto (non senza resistenze) una tecnica
chiamata "del canguro" (kangaroo-care), che consiste
nel tenere per periodi più o meno lunghi il prematuro a contatto
pelle-a-pelle con la mamma, tra le sue mammelle (20,21). Questo
produce un indiscusso miglioramento delle sue condizioni cliniche,
segno che è esattamente di quel contatto e di quel calore che
il neonato ha bisogno. Ma non basta: abbiamo di recente osservato
che il prematuro è capace di portare la sua attenzione su un
soggetto che con dolcezza gli parla e lo coccola: questo provoca
un interazione così forte che in quel momento si può eseguire
un prelievo di sangue e avere la certezza che il bambino non
sentirà male (22,23). Cosa ci suggeriscono queste osservazioni?
Che il prematuro (il feto) è caratterizzato da una cosa che caratterizza
anche l'uomo più grande; qualcosa che è la più peculiare caratteristica
umana: il desiderio. Il feto è tutto desiderio perché è tutto
potenza, cioè ha un mondo interno in espansione e un mondo esterno
che gli si spalanca davanti (24).
Non dimentichiamoci che parlando di "piacere", non si può non parlare
dei sogni, e viene spontanea la domanda: il feto sogna? Ovviamente non lo sappiamo:
non può dircelo, ma ve ne sono tutti i presupposti. E' possibile fare un elettroencefalogramma
al piccolissimo prematuro per verificare la sua attività cerebrale e gli stati
di sonno che attraversa. Vediamo allora che dalle 30 settimane dopo il concepimento
il feto inizia a presentare una chiara differenziazione tra Sonno Quieto (l'analogo
del sonno Non-REM) e Sonno Attivo (l'analogo del sonno REM) (25). Dunque vi
sono le fasi del sonno deputate allo sviluppo del sogno: infatti il sonno REM è proprio
quello in cui noi adulti abbiamo la maggior parte dell'attività onirica, cioè i
sogni. Ma cosa sognerebbe? Evidentemente non delle immagini: non ha nulla da
vedere nell'utero. Ma può sognare e rielaborare le varie sensazioni che prova
in utero: tattili, vestibolari, gustative e acustiche (26).
IL DOLORE DEL FETO
Gran parte dei discorsi fatti per il feto, possono
essere applicati al bambino nato prematuramente, siccome il prematuro è un
essere che ha tutte le strutture fetali, solo che si è trovato
suo malgrado a vivere fuori dall'utero. Al prematuro infatti
vengono sottratti mesi di vita intrauterina e tutte le sensazioni
connesse. Anzi, queste vengono sostituite da un'assenza di stimoli
fisiologici e talora l'unico contatto che il prematuro ha col
mondo esterno è il dolore che prova per una molteplice serie
di ragioni. Questo provoca delle ripercussioni psicologiche ed
organiche.
Sembra impossibile, ma il dolore del neonato è stato riconosciuto solo alla
fine degli anni '80. I lavori fondamentali di Anand sono del 1985 (27). Fino
allora questo veniva negato. Si faceva normalmente interventi chirurgici sul
neonato senza anestesia (28,29), un po' per paura degli effetti collaterali
degli analgesici, un po' per pregiudizio: si parlava di scarsa mielinizzazione
delle fibre che impediva la trasmissione del dolore, di scarsa organizzazione
della corteccia cerebrale che impedirebbe di elaborare la sensazione dolorosa
e renderla cosciente. Oggi sappiamo che questa immaturità non è in grado di
impedire la sensazione del dolore. Sappiamo addirittura che il neonato sente
il dolore più dell'adulto, per una maggiore concentrazione cutanea di recettori
e per una buona produzione di sostanza P (uno dei principali mediatori biochimici
del segnale di dolore). Inoltre il neonato, proprio per essere immaturo, ha
minor capacità di auto-bloccare la sensazione di dolore come farebbe un adulto
che può contare sulla produzione di endorfina (ormoni antidolorifici che sono
scarsi nel prematuro) e sulla sua capacità di distrarsi o di sopportare coscientemente
(30).
Il dolore del prematuro non ha solo effetti psicologici, ma anche organici:
provoca tachicardia, desaturazione, aumento della pressione intracranica e
arteriosa, tutti fattori ad alto rischio per provocare emorragia cerebrale.
Infatti si è visto che nei neonati sottoposti a procedure estremamente dolorose
senza analgesia, il numero di danni cerebrali è estremamente maggiore che in
neonati trattati con analgesia (31).
Tuttavia ancor oggi c'è qualcuno che sostiene che il feto non sente dolore,
ma per sostenere questo deve anche dire che il neonato non lo sente, e per
dire questo deve anche dire che il bambino più grande non lo sente! (32) Insomma,
per motivi ideologici si va contro l'evidenza: c'è chi scrive ancor oggi che
il bambino nel primo anno di vita non è una persona, e non essendo tale non
sente il dolore, almeno come noi lo concepiamo (33-35).
I lavori più dimostrativi sul dolore del feto sono quelli di Fisk che ha dimostrato
un aumento di cortisolo e beta-endorfine (ormoni che testimoniano la presenza
di stress e dolore) in feti di circa 20 settimane di gestazione se viene loro
punta una vena interna del corpo, la vena intraepatica, per far loro una trasfusione
di sangue quando sono ancora nell'utero (36).
Ma poi, perché mai un feto di 40 settimane non dovrebbe sentire dolore, quando è appurato
che un prematuro di 25 lo sente?
Abbiamo di recente sperimentato un metodo di analgesia nel prematuro che abbiamo
chiamato Saturazione Sensoriale (22,23). Consiste nel fornire vari stimoli
sensoriali al bambino durante il prelievo di sangue doloroso (voce, sguardo,
profumo, gusto, massaggio). Fornendo più stimoli, si compete sia a livello
centrale che periferico con l'arrivo alla corteccia del dolore. Il risultato è che
con la saturazione sensoriale il punteggio di dolore è bassissimo anche rispetto
a tecniche sperimentate quali l'uso di istillare sulla lingua una soluzione
zuccherina (37-39). Questo metodo nasce dal riconoscimento che non possiamo
trattare il bambino neonato se non rassicurandolo, calmandolo, distraendolo,
come faremmo con un bambino più grande. Ci siamo resi conto che il prematuro
ha bisogno nel momento dell'affronto del dolore di una presenza che lo aiuti,
proprio come si fa col bambino più grande, ma a maggior ragione, perché ci
troviamo in presenza di un soggetto particolarmente stressato, confinato in
un microcosmo buono al nostro fine di tenerlo lontano da infezioni ma pessimo
riguardo il suo sviluppo e vissuto psichico.
"I prematuri sentono dolore e hanno esigenza
che questo cessi: dunque soffrono. Ecco perché sosteniamo che l'intervento
medico non può essere limitato a farmaci e procedure mediche. La parola chiave è "presenza",
perché è ciò che è richiesta e ciò di cui si ha bisogno. E' difficile da
somministrare, perché non è un farmaco e non può essere dato da un operatore
distratto. Ma è l'unico modo di riconoscere la dignità di entrambi: paziente
e operatore" (40).
LA PRIVACY DEL FETO
Nel 1998 l'Organizzazione mondiale della sanità propose
delle linee-guida etiche in medicina genetica in cui si legge: "La
diagnosi prenatale è eseguita solo per dare ai genitori e ai
medici informazioni sulla salute del feto. L'uso di diagnosi
prenatale per test di paternità, eccetto in caso di violenza
o incesto, o per arrivare ad aborto selettivo in base al sesso,
tranne che per le malattie legate al sesso, non è accettabile" (41).
Queste parole sono un primo argine ad un abuso della medicina prenatale
che lentamente sta prendendo piede.
Purtroppo la diagnosi prenatale sta assumendo sempre più le caratteristiche
di un accanimento alla ricerca dell'imperfezione. Conseguenza prima, è la perdita
di serenità durante la gravidanza, che viene ridotta spesso alla ricerca spasmodica
di un ipotetico figlio perfetto. Nella letteratura medica si descrivono scenari
in cui vengono abortiti feti perché femmine, o perché si prevede che non arriveranno
alla statura desiderata dai genitori (42). A questo proposito resta storico
l'articolo intitolato "J'accuse" scritto dal più grande studioso mondiale di
basse stature, il prof. Maroteaux, intitolato "La bassa statura ha ancora diritto
di cittadinanza?", in cui lo studioso si scaglia contro la deriva che sta prendendo
la ricerca accanita della minima imperfezione del feto (43).
C'è da domandarsi chi salvaguarda i diritti del nascituro, dal momento che
sappiamo che certe tecniche di diagnosi prenatale invasive non sono prive di
rischi per la vita del feto: "Alcune donne vogliono un test prenatale precoce
indipendentemente dall'aumento del rischio legato alla procedura o dalla relazione
di quel rischio con la possibilità di un'anomalia nel feto" (44).
Non dimentichiamo altri comportamenti che configurano vere e proprie interferenze
in quanto di più personale esiste nella nuova vita che si può formare:
- il ritardo scelto coscientemente nell'avere il primo figlio (l'età materna
avanzata può portare almeno tre rischi: natimortalità, aborto spontaneo, gravidanza
ectopica (45,46); inoltre "i recenti aumenti in parti prematuri e basso
peso alla nascita sono in parte legati al fenomeno dell'età avanzata materna")
(47).
- la banalizzazione dell'idea di clonazione che, mentre non comprende che la
libertà umana e le vicende che la circondano non sono "clonabili", d'altra
parte aspetta solo di eliminare il rischio della nascita di "mostri" per poterla
permettere.
Dunque uno scenario nuovo si prospetta: si è superato il livello del dibattito
sulla liceità dell'interruzione di gravidanza (della quale non si vedevano
gli effetti nei termini di patologia organica sulla persona, essendo ovviamente
il fine dell'interruzione di gravidanza l'eliminazione della persona stessa)
e si passati ad un panorama in cui le anomalie in certi casi vengono ricercate
(come in casi in cui alcuni genitori portatori di una certa tara fisica hanno
accettato solo un figlio portatore della stessa tara, per esempio la sordità)
(48), mentre in altri (fecondazione in vitro, amniocentesi.) se ne conosce
la possibilità e la si accetta, con possibili conseguenze visibili e dolorose
(49).
Si abusa allora delle possibilità tecniche, rasentando in alcuni casi l'eugenismo,
cioè l'accettazione solo dei "perfetti".
Deve allora esistere una sfera di riservatezza, di vita privata fetale che
non deve essere infranta. Deve esistere il diritto alla salute fetale. Deve
esistere il diritto alla non-manipolabilità, alla non-danneggiabilità prenatale.
Esiste, d'altro canto, il diritto alla terapia fetale? O queste sono nelle
mani di terzi e non tutelate da leggi anche se il non rispetto di esse avrà riflessi
gravi sul figlio nato?
LA COMPAGNIA DEL FETO
Racconta Jean Pierre Relier, in un suo libro,
che una volta venne da lui una madre lamentandosi che il feto
si era messo di traverso e pigiava sul fegato, impedendole di
riposarsi. Era una donna molto semplice e lui non trovò di meglio
da dirgli che: "Signora, insomma, gli parli. Glielo dica di spostarsi".
La donna lo guardò sospettosa e andò a casa. Relier racconta
che questa mamma gli telefonò qualche giorno dopo con la voce
rotta dall'emozione, dicendo: "Professore, ha reagito! Io gliel'ho
detto e lui si è mosso!". Commenta Relier che lui sapeva bene
che il feto prima o poi si sarebbe mosso, ma quello che lo colpiva
era la voce di quella mamma: per la prima volta era entrata in
contatto col figlio! (50)
A Siena abbiamo da qualche anno iniziato dei corsi per aiutare le donne in
questo senso. Sono dei corsi che si svolgono per donne all'inizio della gravidanza
e sfruttano le nostre conoscenze sulla sensorialità dei feti. Insegniamo a
parlare a voce alta in certe occasioni, a cantare, a danzare, a massaggiare
il pancione in modo tale che il feto senta questi stimoli che la madre gli
manda. Insegniamo che il feto percepisce in qualche modo il profumo della mamma,
e ciò che mangia: insomma, è già uno della famiglia. Ora stiamo valutando dal
punto di vista statistico l'effetto di queste lezioni sulle gestanti. Ma il
primo effetto è una accresciuta serenità. (51)
Spesso nella gravidanza la donna si sente sola. Talvolta il partner è assente,
non è coinvolto. Allora resta come possibilità di compagnia scoprire che nel
suo profondo, dentro di sé, protetto da lei c'è "un altro" che sta cercando
di mettersi in contatto, che aspetta di essere riconosciuto.
In sala parto spesso ci chiedono appena nasce il bambino "E' perfetto?" "Ha
tutto?", "E' normale?" Cos'è questo domandare non curioso ma preoccupato, se
non un indice dell'ansia con cui si vivono i nove mesi che invece dovrebbero
essere un momento di scoperta e festa? L'aver reso "routine", automatica
la diagnosi prenatale (si ricordi che ben piccola parte delle indagini prenatali è fatta
nell'interesse della salute del nascituro) acuisce tutto questo (52).
Noi abbiamo visto che scoprire che ancor prima della nascita esiste un "tu" piccolo
e nascosto, uno speciale confidente per la mamma, è capace di togliere molta
dell'ansia di cui invece sono conditi i nove mesi.
Quando una donna incinta è così distesa, è possibile prendere
in mano il suo utero, non con la punta delle dita, ma con tutta la mano,
come un pallone, per prendere contatto con il bambino: una leggera pressione
del dito fa da richiamo e subito il bambino reagisce e si mette in moto:
la madre percepisce la leggera pressione del dito dello sperimentatore e
sente la risposta del suo bambino. Subito il suo sguardo si illumina: "Risponde, è sensibile!"
E' auspicabile che il padre, per quanto è possibile, partecipi
a questo "gioco" in cui si incontrano, a partire dai primi movimenti
del feto, e a tempi regolari. Si accorgerà che, anche per lui, è relativamente
facile comunicare con suo figlio nell'utero, come per la madre, giocando
con lui, formando con la madre una trinità affettiva serena".(53)
IL FETO IN PERICOLO
Non dobbiamo inoltre dimenticare che l'accanimento
diagnostico prenatale può svelare o provocare problemi di ordine
psicologico: "Ogni esplorazione fetale, in particolare la
realizzazione del cariotipo (mappa dei cromosomi), provoca soprattutto
nella madre una vera "interruzione" della relazione con il bambino,
che riprenderà solo dopo il risultato di normalità. Alla minima
anomalia, il sospetto portato sulla qualità del bambino, induce
nei genitori una reazione di rigetto totalmente sproporzionata
alla gravità reale"(52). Sappiamo che il feto risente di
questo stato di ansia materna, perché è stato descritto che in
caso di depressione o ansia materna, egli modifica i parametri
fisiologici (movimenti, frequenza cardiaca) (54). Ansia materna
che spesso si manifesta in rifiuto, nel caso di esito della diagnosi
prenatale non conforme a quanto desiderato: Middelton scrive: "una
proporzione significativa della popolazione nei paesi sviluppati
e in via di sviluppo è in favore di diagnosi prenatale e aborto
selettivo in condizioni quali mancanza di due dita, bassa statura,
obesità"(55). Talvolta il figlio viene rifiutato paradossalmente
nel caso che si preveda che nascerà indenne da un'anomalia (ad
es. la sordità) presente nei genitori (48). L'Organizzazione
Mondiale della Sanità, come abbiamo visto, invoca una privacy
fetale per non rivelare, durante gli esami prenatali di routine,
dati quali il sesso o la statura prevista, che potrebbero portare
a interruzioni eugenetiche della gravidanza (41 .
Non dimentichiamo poi i rischi di morte fetale, alterazioni alle estremità,
rischio di ingresso in terapia intensiva alla nascita per i bambini sottoposti
ad amniocentesi (56-60).
Fecondazione in vitro
La fecondazione medico-assistita è già stata oggetto di segnalazioni
riguardo la sua non innocuità (61,65). Taluni legano questo non
solo alla gemellarità spesso prodotta da questa tecnica, ma anche
a un'alterazione intrinseca del normale sviluppo dello zigote,
che al momento del concepimento non si trova a contatto delle
proteine prodotte dalla mucosa tubarica con possibili effetti
anche sulle gravidanze singole: "Molti bambini nati da fecondazione
in vitro (FIV), riporta Stromberg sul Lancet del 2002, sono
sani, ma hanno un alto rischio di disabilità neurologica" (61). E
aggiunge: "I bambini nati da FIV hanno più bisogno dei servizi
di riabilitazione rispetto ai controlli. La diagnosi neurologica
più comune nel nostro studio era la paralisi cerebrale, per la
quale i bambini nati da FIV avevano un aumento di rischio pari
a 3.7 (2.0-6.6) e i nati singoli di 2.8 (1.3-5.8).
Nel caso della tecnica ICSI sono riportati ulteriori rischi (66,67). La fecondazione
medico-assistita è anche causa di aumento di ingresso dei bambini nelle rianimazioni
neonatali: in Francia questo tasso è in ascesa dal 1995 al 2001 del 20% (68).
COS'E' ALLORA IL FETO?
Abbiamo delineato alcune caratteristiche presenti nel feto: capacità di gusto,
tatto, olfatto, udito, vista; capacità di interazione e desiderio;
capacità di sognare; capacità di soffrire.
Come chiameremo tutto questo? Se per un attimo ci riflettiamo, troviamo che
queste sono le stesse caratteristiche che definiscono ciascuno di noi. Dunque
il feto è già un protagonista nella vita della sua famiglia: è, in altri termini,
uno di noi, una persona.
E' ovvio allora che si debba parlare di diritti del feto. Ma ancora di più,
credo che sia importante parlare di dignità del feto.
Ogni aggressione alla sfera personale del bambino prima della nascita deve essere
proibita, se non è nell'interesse della sua salute. Cos'è invece questo correre
alla caccia dell'imperfezione, col sottile corollario che l'imperfezione deve
essere eliminata insieme all'imperfetto?
Cos'è questo spendere milioni di dollari di finanze pubbliche per lo screening
delle malattie prenatali (in particolare la Sindrome Down) e neanche uno spicciolo
per la terapia o il sostegno delle persone con questa patologia?
Cos'è questo instillare nella popolazione la paura e far credere che nella
vita i problemi si possano solo fuggire o sopprimere?
E' istruttivo conoscere famiglie con bambini malati e vedere come affrontano
il disagio, la fatica, il dolore (69). E vedere che la cosa peggiore è lo stato
di solitudine in cui sono lasciati in molti casi, anche dai vecchi amici che
ora hanno "riguardo" ad avvicinarli per non metterli (mettersi!)
in imbarazzo.
E' interessante allora capire che nella vita si ha paura della realtà se è una "realtà immaginata",
cioè l'idea di un dolore; ma non è lo stesso con la "realtà-reale",
cioè quella malattia, anzi quel bambino in carne ed ossa. E'
il "mio" bambino. Non è una sindrome, una fatalità; non è un rischio. Tanto
che sarebbe bene che chi è deputato a dare notizie ai genitori durante una
seduta di diagnosi prenatale smettesse di parlare di "rischio" di
Down, ma parlasse di "possibilità" di Down. Il bambino non è mai
un rischio.
Capire questo è importante nell'interesse di chi deve nascere, ma lo è anche
nell'interesse della famiglia. Chi cura la psicologia delle persone conosce
i rischi per la salute mentale legati ad un'interruzione volontaria di gravidanza
(70,71). E' un autolesionismo pernicioso che nasce nell'apparente tranquillità e
finisce spesso nell'auto-tortura. E questo non è legato a presunti sensi di
colpa dovuti ad influssi religiosi, di cui sono spesso accusati i cattolici,
perché si sa che paradossalmente le donne cattoliche che abortiscono hanno
meno problemi psicologici dopo rispetto alle non-cattoliche perché nelle prime
l'esperienza del perdono prevale sulla colpa.
Infine, capire che il feto è una persona, è importante per chiunque. E' l'importanza
della cosiddetta "etica dello stupore" (72). Di fronte al riconoscimento
del valore della persona in un essere così mancante di tante caratteristiche
mature, qual è il feto, è palese allora che la mia persona, la mia dignità,
la mia vita non dipendono da quanto produco o faccio, da quanto sono
piacevolmente conformato o da quanto posseggo. La mia vita, la mia natura per
valere non dipendono dal riconoscimento che altri danno loro. Valgono in quanto
hanno una dignità che viene dal far parte di un livello particolare della natura.
L'appartenenza a quel livello della natura che ha capacità di coscienza
e di ricerca del significato vuol dire essere persone. Noi siamo persone per
questo: perché il desiderio che ci costituisce ci getta sulla realtà in modo
tale da conoscerla e da conoscere noi stessi. Questo può avvenire in maniera
imperfetta, in particolare in certe occasioni: se siamo troppo giovani o troppo
vecchi, se abbiamo malattie neurologiche o quando dormiamo. Ma qualunque situazione
contingente non ci toglie la potenzialità di farlo: ciò che ci descrive non
sono i cosiddetti "accidenti", le capacità, gli attributi, ma la sostanza,
la nostra natura, fatta per far emergere la nostra coscienza.
Succede che qualcuno confonda sostanza e attributi della persona e dica che
uno può essere chiamato persona solo se ha certe capacità. Razza, colore della
pelle, censo, sesso sono stati nei secoli dei motivi per escludere qualcuno
dal novero delle "persone" a tutti gli effetti. Bastava essere sconfitti in
guerra per diventare schiavi e perdere lo status di persona. Oggi esistono
altri parametri per negare a qualcuno questa considerazione: per esempio la
mancanza di una certa cittadinanza, oppure la povertà o il ritardo neurologico.
Anche l'essere ancora dentro l'utero materno priva del diritto ad essere appellati
persone. Eppure abbiamo visto che solo una fede cieca in qualche arte magica può far
credere che il momento della nascita segni qualcosa di importante nella vita
fisiologica di un individuo.
Dal momento del concepimento non esiste nessun momento magico: lo sviluppo
neurologico continuerà per anni. Da quando due cellule si sono unite per formarne
una nuova, con un DNA diverso da quello di padre e madre, siamo di fronte ad
un individuo. La coscienza apparirà: per ora è solo potenziale; ma altrettanto
si può dire di ognuno di noi quando dorme. Si dirà: ma chi dorme poi si sveglierà,
basta aspettare. Giusto: per l'embrione vale lo stesso criterio: basta aspettare
e la coscienza appare (73).
Diceva Anna Arendt: "l'uomo non è fatto per morire, ma per iniziare" (74).
Lo stupore verso l'alba della vita apre enormi porte alla ricerca scientifica.
Negarlo è un triste oscurantismo.
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