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Il giorno di Santo Stefano.
Ci scrive la mamma di Mattia, da Volterra
Mai e poi mai avrei pensato di partorire il giorno di Santo Stefano, mio figlio Mattia non ne voleva proprio sapere di restare nella mia pancia fino ad aprile ed eccolo nascere proprio il giorno dopo Natale a 24+6 sett. di gestazione e 760 grammi di peso.
Niente fiocco azzurro, niente carrozzina, niente gioia, solo disperazione!
La nascita di mio figlio è stata una tragedia, non facevo altro che piangere dalla mattina alla sera, vederlo dentro a quella incubatrice così piccolo e indifeso mi straziava il cuore, mi dilaniava l’animo, non c’erano alternative lui doveva soffrire ed io pure. A Natale sono tutti contenti, tutti felici io invece ero nella disperazione più totale e non vedevo via d’uscita. Sembrava che il tempo non passasse mai, siamo rimasti al Policlinico Le Scotte 134 giorni, non so come abbiamo fatto a sopravvivere al dolore, tanto era forte. Eppure Mattia ha iniziato a crescere, le sue condizioni si sono stabilizzate fino all’uscita dall’ospedale in una calda giornata primaverile, la foto con i dottori davanti all’orologio del reparto, il Prof. Bagnoli che passa nel corridoio, i saluti e i baci, stavo riportando mio figlio a casa, provavo una strana sensazione, come se il tempo si fosse fermato.
Nel viaggio di ritorno in superstrada ripercorrevo all’indietro tutto quello che avevo fatto in quei 4 mesi e mezzo, la corsa in ambulanza, il ricovero, la terapia intensiva, il camice verde e le soprascarpe, l’operazione al dotto di Botallo, il giornale delle Coccinelle, l’ossigeno e le lacrime scorrevano sul mio viso. A casa c’era sempre l’albero di Natale, era rimasto tutto come prima ma eravamo noi ad essere cambiati per sempre, ho smesso di essere quello che ero quando è nato mio figlio, come dicevo al citofono della terapia intensiva “sono la mamma di Mattia”, io dopottutto sono solo la mamma e che gliene importa al mondo di come sta mio figlio? Invece non è vero, scopri che tutti ti vogliono bene. E’ come essere tornati da un lungo viaggio, non si sa più qual è la realtà.
Oggi guardo mio figlio, lui mi sorride con i suoi grandi occhioni espressivi, è lui che mi ha dato il coraggio di sopravvivere, lui mi stringeva il dito nell’incubatrice, lui mi sorrideva, lui ciucciava già il ciuccio a dieci giorni dalla nascita. E’ un gran simpaticone il mio bimbo, vuole comandare lui, si fa intendere, vuole giocare tutto il giorno e stare sempre in braccio, ama l’acqua e in estate l’ho portato al mare e gli ho fatto fare il bagno con la ciambella anche se era un po’ grande. Sono tornata a lavoro, Mattia lo lascio ai nonni e quando torno me lo spupazzo tutto sul lettone e lo mordo tutto perché io me lo mangerei a morsi il mio bimbo da quanto è buono!
Ho scritto per lui un diario perché sappia cosa abbiamo provato io e il suo babbo, perché sia una persona onesta, perché sappia guardarsi dentro e guardare gli altri con bontà.
Quando torno a Siena nei corridoi dell’ospedale, tutti ci conoscono e ci fanno festa, nella camera delle madri le mamme sono cambiate ma hanno tutte il solito sguardo e per me è come guardarmi allo specchio.
Spero con queste poche righe di aver dato un’idea della mia esperienza e di dare un po’ di coraggio a chi sta vivendo altrettanto, come per me lo sono stati i genitori dell’Associazione Coccinelle ai quali voglio bene dal più profondo del mio cuore.
Mio figlio mi ha insegnato cos’è il coraggio e mi ha dato a 31 anni una vera lezione di vita.
Volterra, lì 24 ottobre 2007
La mamma di Mattia
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